un criceto tra le uvette è un terrorista
c'era una volta Gengis Gangillo, che il tempo s'è portato via lasciando il posto a personaggi di dubbia fama. Qui sono racchiusi racconti di gloriose battaglie perse, d'eroi passati senza lasciare il segno e di piccole banlieue impertinenti, romanticamente e fieramente arretrate. Romanticismo e volgarità, d'altronde, aspettano solo che sia buio per trombare come criceti.
[blog] alessandra86
[blog] bambinokinder
[blog] coffaro
[blog] doic-land uber alles
[curtura] exogini
[curtura] indymedia italia
[curtura] redleghorn
[curtura] rekombinant
[curtura] wikipedia
[disegni] bansky
[giochini&oltre] molle industria
[giochino] notepad invaders
[mani] pongomania
[paint] toothpastefordinner
[riot] alza la guardia
[riot] csa godzilla
[strips] lele corvi
[strips] piccola oloturia
[suoni] gatto ciliegia contro il g.f.
[suoni] loungerie
[suoni] offlaga disco pax
[suoni] radio séverine
[suoni] uzeda
[teatro] antonio rezza
[video] andrea camerini
[video] i miei corti
[video] mob-com
[web] omini di southpark
[web] ultimate flash face
oggi
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
agosto 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
febbraio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
(*loading* visite)


cento di questi giorni.
maurizio costanzo, aspettiamo anche te.
mio nonno è morto qualche anno fa.
era un contadino duro come le pine e discretamente rompicoglioni, immigrato a livorno troppo giovane per rendersi conto del mondo.
è campato settant'anni e qualcosa di più nelle campagnacce del cisternino, a un chilometro da livorno, e nella vita ha cambiato una macchina e tre trattori.
è morto di tumore, come la metà dei suoi e miei parenti contadini come lui, incazzato coi dottori ma non contro i fertilizzanti.
ha sempre vissuto con due o tre figlioli e famiglia allargatissima in una di quelle che sui giornalini delle agenzie viene definita casa colonica: due piani, cinque o sei camere, caminetto che sotto ci s'entrava in cinque nipoti, pollaio, forno per il pane. un bagno solo e senza bidet, che i contadini si lavano pòo e -pensavo da bimbetto annusando l'aria- vedrai quando si lavano d'inverno con quei diacciori il culo è meglio preservarlo.
tant'è, il mi nonno morì. poi morì anche la mi nonna, per disgrazie collegate a distanza di poco tempo come sempre succede quando due persone stanno insieme da una vita intera. tutto molto primo novecento, con le cose che da un giorno all'altro, parenti a parte, rimanevano intatte.
è rimasta intatta, per modo di dì, anche la famosa casa del mi nonno. ovviamente non era sua, era in affitto a tipo trentamila lire al mese. dopo di loro, la casa s'è fermata lì, vuota. c'entrarono gli zingari e non si sa perchè se ne sono andati anche loro. poi si sono svuotate anche le altre case lì vicino, meno una.
nel 2009, per gli sguardi più sgamati, fin'ora resisteva un pezzettino con dieci case dell'ottocento vuote. un mini paese fantasma. per gli sguardi ancora più sgamati, resisteva invece un pezzettino con nove case vuote e una piena d'un omone col naso rosso come diepardiè (che in vero non si scrive così ma è uguale) che di mestiere faceva l'elettricista ma nessuno c'ha mai creduto davvero.
insomma, visto che Gengis Gangillo mi rimprovererebbe questa mia inedita paginetta senza troppe efferatezze verbali, bisogna che mi mòva a finire.
insomma, dicevo, c'è queste case. c'è quest'omo. fin'ora non c'era altro, non si muoveva nulla nemmeno quando crollava un tetto.
ora qualcuno le sta ristrutturando, una dopo l'altra. welcome to villette esclusive, in culo alla miseria di quei contadini di quando ero piccino, che il 5 e 5 lo mangiavano inzuppato nel vino, che la ciccia la barattavano coi pomodori portati col carretto e che il cane rabbioso che mi sbranò l'ammazzarono a fucilate e seppellirono piangendo più per lui che per me, che son vivo.
per quella gente povera e stranamente buona e onesta, calpestata nella salute dal concime dei poveri e nella memoria dai vaini di chi c'ha più case di quante il mondo dovrebbe consentirgliene, mi permetterò di scrivere in rosso un sincero dio merda.
per te, lettore avido di aneddoti vergognosi, ti lascerò con le parole che mi disse ir mi nonno camillo con tono grave qualche tempo prima di tirà il calzino e che in lingua contemporanea suonerebbero così:
ricordati sempre che fra la potta e il culo c'è la meglio pelle.
prendete le falci e portate il martello.
mio nonno è morto qualche anno fa.
era un contadino duro come le pine e discretamente rompicoglioni, immigrato a livorno troppo giovane per rendersi conto del mondo.
è campato settant'anni e qualcosa di più nelle campagnacce del cisternino, a un chilometro da livorno, e nella vita ha cambiato una macchina e tre trattori.
è morto di tumore, come la metà dei suoi e miei parenti contadini come lui, incazzato coi dottori ma non contro i fertilizzanti.
ha sempre vissuto con due o tre figlioli e famiglia allargatissima in una di quelle che sui giornalini delle agenzie viene definita casa colonica: due piani, cinque o sei camere, caminetto che sotto ci s'entrava in cinque nipoti, pollaio, forno per il pane. un bagno solo e senza bidet, che i contadini si lavano pòo e -pensavo da bimbetto annusando l'aria- vedrai quando si lavano d'inverno con quei diacciori il culo è meglio preservarlo.
tant'è, il mi nonno morì. poi morì anche la mi nonna, per disgrazie collegate a distanza di poco tempo come sempre succede quando due persone stanno insieme da una vita intera. tutto molto primo novecento, con le cose che da un giorno all'altro, parenti a parte, rimanevano intatte.
è rimasta intatta, per modo di dì, anche la famosa casa del mi nonno. ovviamente non era sua, era in affitto a tipo trentamila lire al mese. dopo di loro, la casa s'è fermata lì, vuota. c'entrarono gli zingari e non si sa perchè se ne sono andati anche loro. poi si sono svuotate anche le altre case lì vicino, meno una.
nel 2009, per gli sguardi più sgamati, fin'ora resisteva un pezzettino con dieci case dell'ottocento vuote. un mini paese fantasma. per gli sguardi ancora più sgamati, resisteva invece un pezzettino con nove case vuote e una piena d'un omone col naso rosso come diepardiè (che in vero non si scrive così ma è uguale) che di mestiere faceva l'elettricista ma nessuno c'ha mai creduto davvero.
insomma, visto che Gengis Gangillo mi rimprovererebbe questa mia inedita paginetta senza troppe efferatezze verbali, bisogna che mi mòva a finire.
insomma, dicevo, c'è queste case. c'è quest'omo. fin'ora non c'era altro, non si muoveva nulla nemmeno quando crollava un tetto.
ora qualcuno le sta ristrutturando, una dopo l'altra. welcome to villette esclusive, in culo alla miseria di quei contadini di quando ero piccino, che il 5 e 5 lo mangiavano inzuppato nel vino, che la ciccia la barattavano coi pomodori portati col carretto e che il cane rabbioso che mi sbranò l'ammazzarono a fucilate e seppellirono piangendo più per lui che per me, che son vivo.
per quella gente povera e stranamente buona e onesta, calpestata nella salute dal concime dei poveri e nella memoria dai vaini di chi c'ha più case di quante il mondo dovrebbe consentirgliene, mi permetterò di scrivere in rosso un sincero dio merda.
per te, lettore avido di aneddoti vergognosi, ti lascerò con le parole che mi disse ir mi nonno camillo con tono grave qualche tempo prima di tirà il calzino e che in lingua contemporanea suonerebbero così:
"ricordati sempre che fra la potta e il culo c'è la meglio pelle."
prendete le falci e portate il martello.
e ci si va tutti, che parecchio è gratis e parecchio si sgama, come suol dirsi tra noi giovani di provincia discretamente cugi.
e effettivamente, italia wave è ganzetto. c'è la musica, i briai, le fie.
però, caro pubblico di italia wave, ti dovresti dà una patta. io, che sono vecchio e ai festival ho smesso d'andàcci perchè mi garba molto di più andà al barre e ascoltà la radio col meteo ogni mezz'ora, in questi giorni ti guardavo interessato.
e t'ho visto, alle 10:20 di mattina del primo giorno, già steso per terra con un fiasco di vino rosso abbollore, con le tue magliette comprate usate ma a 20 euro e i tuoi vestitini a teschietti e i tuoi capelli rossi.
molto indipendente da questo mondo del cazzo che ci sovrasta e non ci fa esprimere e che ci limita ci omologa ci sfrutta.
perchè t'ho visto saltellà col pugno chiuso davanti a quel coglioncello delle luci della centrale elettrica (che in realtà è bravo) e pendere dalle labbra di caparezza, che per farti capì che i deboli di solito perdono e ci vorrebbe la rivoluzione e morali del genere ni tocca fà lo scemo e te, in fondo in fondo, non capisci mai.
e stasera sarai lì, più che mai numeroso, e la bandabardò ti racconterà dei fricchettoni che mettono i fiori nelle teste rasate e gli skap ti ribadiranno, come da dieci anni a questa parte, che la rivoluzione è ganza perchè si balletta e si fumano discreti ranzani.
e t'ho visto venerdì notte al palazzetto, tra i signori della musica elettronica, tirarti a lucido e vestirti bene per poi sudare sfatto dai morbidoni, con le mandibole a dodicimila giri al minuto che parevi un booster coi pezzi, e bere birre calde in bottiglie di plastica per preservare la tua voglia di rivoluzione.
guardiamoci in ghigna, caro pubblico di italia wave.
non è vero che hai sgamato l'ingresso: hai pagato come quasi tutti un sacco di soldi tutte le sere e spesso per ascoltare gente che non ti piace, e poi ti ritrovi su internet a portàlli per bocca. hai bevuto le peggiori cazzate calde, fumato l'impossibile e probabilmente hai mangiato anche qualche cartone che ti vendeva il napoletano all'ingresso, onnipresente in città dalla promozione del livorno.
io lo so che, alla fine, non ti sei divertito come ti aspettavi.
perchè, ti dirà qualche mio coetaneo, quando il festival era a arezzo e c'era il campeggio era tutta un'altra cosa: non si pagava nulla, si fumava, si trombava da morì.
te, colpito nell'orgoglio, ti ricorderai delle spagnole sfatte che non sei riuscito a portare nel sedile di dietro, del portafoglio vuoto e dei mal di testa della mattina dopo, nella tenda quechua nel centro del campo del glorioso ardenza-la rosa, che se ne fossi il presidente sarei triste.
non dargli retta. spesso neanche lui s'è divertito ai concerti, e non ha trombato quasi mai anche se ha rigozzato nei cespugli. ma lui c'era e te lo racconta come un evento storico. come se fosse successa la rivoluzione.
te, tra qualche anno, farai lo stesso. racconterai di quei giorni dove l'umidità e le paste (cazzo, le paste) facevano sembrare davvero d'essere in una piccola woodstock, in una rivoluzione a teschietti.

compagni di lettura cari, non son tipo da scrivere sul un blog intelligente come questo per niente.
ma c'è il maniaco.
io, che non son grande appassionato di cronache della minchia, mi rendo conto di non esser troppo aggiornato sul tema della gente che si tira fuori l'uccello davanti alle nonne, ma tant'è.
dice infatti che a livorno ci sia un ragazzotto alto un metro e settanta coi capelli castani che gira col motorino nero e fa vedere la fava a signore dall'età compresa tra i quaranta e i settant'anni.
la cosa si fa incredibile, perchè suddetto maniaco c'ha almeno cinque sconfitte all'attivo.
piglia la badantee lei lo fa scappare. poi la donnetta che lo piglia a borsate. poi la megèra che urla e lui se ne va. poi qualcuna che non mi ricordo, ma a cui un certo punto ni rovescia (con gesto spregevole) la busta della spesa per la terra e le svuota l'acqua gassata sul marciapiede. poi stanotte ha fatto qualcos'altro ma il giornale non l'ho ancora letto. dice che una delle cinque era la zia d'un mio amico.
caro maniaco, ti chiamerò per brevità Uccello.
ebbene, Ucce caro, sappi che ti sono solidale.
in primo luogo perchè mi pare una tua eccezionale presa di posizione contro i vecchi aggredire una sessantenne e farle vedere due o tre palle prima di impennare sul tuo motorino (sicuramente un booster, almeno spero) e levarti di culo.
in secondo luogo perchè il rischio che corri è estremo: non ti fidar de "il tirreno" che ti definisce pericoloso solo perchè mentre provavi a strizzà du puppe mosce a una donna di cent'anni lei (sicuramente è colpa sua) è ruzzolata dal motorino e s'è rotta un piede. il rischio è estremo, Ucce, perchè prima o poi una sessantenne di belle speranze e cento chili ti salterà addosso innamorata, e la tua carriera finirà sotto un quintale di cicce mosce.
in terzo luogo, Ucce, ti sono solidale come con chiunque intraprenda una missione stupida. ti capiterà di sartà su una moglie di baffone, su una donna barbuta o su quel trans di due metri che l'altro giorno ha sfasciato il barrino dell'immigrati in piazza della repubblica. in questo caso non ci sarà fine indolorosa della carriera. parrai semmai un ecceòmo, con la carriera spezzata come vitale, ragazzotto centromediano del livorno di più di diecianni fa che non è andato oltre le gabbionate ai pancaldi ma a differenza tua perlomeno ha chiavato una che conosco.
Ucce dammi retta, cambia mira.
mariolino lo stoppone, ai tempi del marroccone, per caàlli sul petto ti dava cinquantamila lire.
informati, ci sta che qualcosa paghi ancora.
siccome talvolta guardo i film, oggi ho visto un film.
solitamente i film mi fanno abbastanza caà, non è un modo di comunicare troppo simile al mio. però oggi ho visto salvador, 26 anni contro.
è la storia d'un ragazzo condannato a morte dal regime franchista, nella spagna dei primi anni 70.
mi sarà successo si e no tre volte, questa compresa, che finito il film sono dovuto andare a fare una doccia.
di solito, quando penso alla mia posizione nel mondo la vorrei diversa, più combattiva, alla sinistra del comunismo e che strizza l'occhio all'anarchia. dico che ci vorrebbe la rivoluzione, la descrescita, d'andà tutti in campagna.
sotto quella doccia calda abbollore, dieci minuti fa, pensavo che ci vorrebbe ma dimorta violenza.
chiamerò gengis gangillo, n'è rimasto qualche raudo.
ho tirato i botti,
ganzi i botti.
l'ho messi nelle marmitte
nelle bottiglie
nei pandori
e nelle patatine fritte.
ganzi, i botti. e sono ancora vivo.
ti vendono i botti, le bombe, i missili, le taniche di benzina con la miccia. prima non era così. anzi forse invece era così uguale, solo che io avevo dieci anni e sapevo una sega.
c'è da dire però che se vai dal tabaccaio e ni chiedi i miniciccioli, lui te li da.
se gli chiedi i gessetti, lui te li da.
se gli chiedi i raudi, lui te li da.
perfino se gli chiedi i fischiebbotto, lui te li da.
se però gli chiedi i magnum non te li da, ma ti dice vai li che te li danno anche se non c'hai diciottanni.
quindi vai in questi posti meravigliosi dove ti pare di comprare cocaina sottobanco, e l'omìno capisce subito. si ferma, ti guarda un pò come per capire dal tuo viso se morirai o meno al primo magnum. poi si convince del fatto che non gliene frega niente, e ti da i tuoi magnum del cazzo.
ti dice che quelli sembrano magnum, ma sono supermagnum cinesi.
ovviamente, il supermagnum è rosso: dice che il colore l'abbia scelto mao in persona confrontandolo con la bandiera.
design italiano mefisto-style, tecnica millenaria cinese e potenza che non ti aspetti.
e per finire, prove effettuate per davvero nel famoso culo dei micini.
ottimo. vai a casa nascondendoli in posti improbabili. poi arriva l'ultimo dell'anno. prendi la scatola. li tiri fuori con la massima cautela. poi esci coi tuoi amici cugi, e fai a manetta quello che hai cominciato timidamente a fare da metà dicembre: scoppiare i botti.
caro palle, probabilmente trascorrerai ogni capodanno della tua vita così almeno fino a mezzanotte e mezzo.
metterai i botti nel pandoro, nelle patatine, nella bottiglia, nel casco del tuo amico coglione, nelle marmitte di qualcuno che ti sta sul cazzo.
ti sembrerai ganzo, caro palle. ma non sarai mai quello più ganzo, per due motivi.
perchè non andrai a vedere come mai il magnum non è scoppiato. non ci andrai, perchè mamma da quando avevi 4 mesi ti ripete che anche se non è scoppiato, ci sta che scoppi. scoppierà di sicuro. magari non ora, nè tra un minuto, ma sicuramente scoppierà. forse, ti dici, nelle mani dello spazzino domattina.
perchè quello che ciuccerà con le fie a mezzanotte e venti sarà quello che il magnum l'ha acceso 6 secondi prima di mezzanotte, e l'ha tirato lontano solo allo scoccare del nuovo anno. il coraggio è tutto, te l'ha detto anche babbo.
e te non puoi insegnà a trombare a babbo. che proprio agguantando un botto fino ad un secondo prima che scoppiasse ha beccato tu mà, se l'è chiavata e poi sei nato te.
poi è andato al bar, dove risiede tutt'ora.
ecco perchè a mamma, comprensibilmente, i botti ni stanno sui coglioni.

non lo trovi facilmente in giro, gengis, a meno che non si faccia beccare lui.
l'ho trovato per caso, davanti all'albero secolare che solitamente usa per pisciare.
gli ho chiesto perchè sparisce sempre. lo fa da quando lo conosco, e sono quindici anni ormai.
e quanti anni abbia, ma non ha gradito la domanda.
caro palle, m'ha detto, le feste sono una cazzata.
lo credo anch'io, n'ho ribattuto, ma che ci devi fà. col tempo si invecchia e poi tanto del bambingesù un n'importa mica una sega a nessuno, è una scusa per mangià tanto.
eh lo so, caro borghesotto della mi fava, m'ha risposto con lo sguardo triste, poi è andato via.
la morale di questa storia è che se ce la fai a fà le feste mangiando dal 24 al 31 senza poi fare la fame un mese, non sei certo un proletario.
sei al massimo un cazzo di precario, magari trentenne residente coi genitori. un ti preoccupà, a te ci penserà il mondo. e i figli dei negri, speriamo per loro.
ah bene dè.
divertiti stasera, chè manca poco.